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Esibizione documenti e accertamento sintetico: la prova contraria deve riguardare la disponibilità, l'entità e la durata del possesso di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte. 

Giurisprudenza | n. Allegati 1 | dott.ssa Elisa Sferrazzo

- Con ordinanza depositata lo scorso 16 giugno, la Corte di Cassazione ha statuito due principi di rilevante interesse: il primo in merito alla mancata esibizione della documentazione richiesta in sede amministrativa dall'Amministrazione finanziaria; il secondo in merito alla prova contraria che il contribuente deve fornire nell'ambito dell'accertamento sintetico.

Nelle specie proponeva ricorso per Cassazione l'Agenzia delle entrate sulla base di tre motivi.

Con il primo motivo deduceva la violazione e falsa applicazione dell'art. 32, co. 3, 4 e 5 - Dpr. n. 600/73, in relazione all'art. 360, co. 1, num. 3, c.p.c., per avere la C.T.R. erroneamente attribuito rilievo - nel valutare l'utilizzabilità della produzione documentale offerta per la prima volta in giudizio, ancorché non esibita in risposta ai questionari - all'atteggiamento soggettivo della contribuente essendo invece irrilevante, ai fini della norma, l'elemento psicologico del soggetto che omette di rispondere al questionario.

Con il secondo e terzo motivo deduceva la violazione e falsa applicazione degli artt. 38 - Dpr. n. 600/73 e 2697 c.c., e, rispettivamente, motivazione omessa e/o insufficiente su un fatto decisivo e controverso, ai sensi dell'art. 360, co. 1, nn. 3 e 5, c.p.c., per avere la C.T.R. ritenuto idonea la documentazione in questione a giustificare adeguatamente gli incrementi patrimoniali e così contrastare l'accertamento sintetico, in mancanza di prova che le disponibilità finanziarie documentate fossero state utilizzate per realizzare detti incrementi.

I Supremi giudici hanno ritenuto infondato il primo motivo, atteso che nella specie la richiesta della documentazione giustificativa da parte dell'Amministrazione finanziaria, circa l'esistenza di redditi esenti o già assoggettati ad imposta alla fonte, risultava essere stata formulata in maniera generica.

I giudici sottolineano che non può costituire «rifiuto» la mancata esibizione di un qualcosa che non venga richiesto, infatti, si legge: «... questa Corte ha più volte affermato che il divieto di utilizzo in sede giudiziaria di documenti non esibiti in sede amministrativa costituisce un limite all'esercizio dei diritti di difesa e dunque si giustifica solo in quanto costituiscano il rifiuto di una documentazione specificamente richiesta dagli agenti accertatori; che si ammette bensì che il divieto di utilizzare documenti scatti «non solo nell'ipotesi di rifiuto (per definizione doloso) dell'esibizione, ma anche nei casi in cui il contribuente dichiari, contrariamente al vero, di non possedere o sottragga all'ispezione i documenti in suo possesso, ancorché non al deliberato scopo di impedirne la verifica, ma per errore non scusabile, di diritto o di fatto (dimenticanza, disattenzione, carenze amministrative ecc.) e, quindi, per colpa»  (Cass. 26/03/2009, n. 7269); che la detta sanzione, però, in conformità alla lettera della legge, esige che sussista una specifica richiesta degli agenti accertatori, non potendo costituire «rifiuto» la mancata esibizione di un qualcosa che non venga richiesto (Cass. 14/10/2009, n. 21768; Cass. 19/04/2006, n. 9127) ...».

Quanto poi al secondo e terzo motivo, il Supremo Consesso ritiene viziata la sentenza di seconde cure, osservando che l'oggetto della prova contraria da parte del contribuente, ex art. 38, co. 6 - Dpr. n. 600/73 ratione temporis applicabile, deve riguardare non solo la disponibilità di ulteriori redditi (esenti ovvero soggetti a ritenute alla fonte) ma anche «l'entità di tali redditi e la durata del loro possesso».

Tuttavia, conferma che non è necessaria la prova certa del fatto che detti ulteriori redditi siano stati utilizzati proprio per coprire quelle spese contestate, essendo invero "sufficiente" che il contribuente provi la sussistenza di "circostanze sintomatiche" del fatto che quelle somme siano rimaste a sua disposizione per un lasso di tempo tale da lasciar presumere che egli se ne sia asservito per coprire le spese e gli investimenti contestati dall'ufficio.

In particolare, si legge: «... come questa Corte ha avuto modo di chiarire (Cass. 18 aprile 2014, n. 8995, richiamata dalle successive Cass. 26 novembre 2014, n. 25104; Cass. 16 luglio 2015, n. 14885), pur non prevedendosi esplicitamente la prova che detti ulteriori redditi siano stati utilizzati per coprire le spese contestate, si chiede tuttavia espressamente una prova documentale su circostanze sintomatiche del fatto che ciò sia accaduto (o sia potuto accadere); che, invero, in tal senso va letto lo specifico riferimento alla prova (risultante da «idonea documentazione») della «entità» di tali eventuali ulteriori redditi e della «durata» del relativo possesso, previsione che ha l'indubbia finalità di ancorare a fatti oggettivi (di tipo quantitativo e temporale) la disponibilità di detti redditi per consentire la riferibilità della maggiore capacità contributiva accertata con metodo sintetico in capo al contribuente proprio a tali ulteriori redditi, escludendo quindi che i suddetti siano stati utilizzati per finalità non considerate ai fini dell'accertamento sintetico; che, come è stato pure rimarcato, la prova documentale richiesta dalla norma in esame non risulta particolarmente onerosa, potendo essere fornita, ad esempio, con l'esibizione degli estratti dei conti correnti bancari facenti capo al contribuente, idonei a dimostrare la «durata» del possesso dei redditi in esame, quindi non il loro semplice «transito» nella disponibilità del contribuente ...».

In conclusione, pur accogliendo il ricorso dell'Amministrazione finanziaria, comunque, la Corte di Cassazione ha fissato dei paletti ben precisi all'azione accertativa dell'Ente fiscale e mostrato un'apertura nei confronti del contribuente raggiunto da una verifica circa la prova che lo stesso deve fornire. 

In allegato, la sentenza in commento. 

Dott.ssa Elisa Sferrazzo

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