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Liquidazione dei compensi di causa: mai sotto i minimi.

Giurisprudenza | n. Allegati 1 | Avv. Giuseppe Chiaramonte

Dal contenuto dispositivo dell'art. 91 c.p.c., a mente del quale "La parte soccombente è condannata a rimborsare le spese di giudizio che sono liquidate con sentenza", emerge che la regola generale in materia di spese processuali è rappresentata dalla "soccombenza", secondo la quale la parte le cui domande non sono state accolte in sede giurisdizionale, subisce il carico delle proprie spese e deve rimborsare alla parte vittoriosa le spese che questa ha sostenuto, dando così piena attuazione al principio in base a cui la necessità di agire o resistere in giudizio non deve andare a danno della parte che ha ragione, a garanzia della pienezza ed effettività del diritto di difesa (art. 24 Cost.).

È proprio in ragione di ciò che le deroghe al suddetto principio possono operare, a seguito delle modifiche apportate con Legge n. 69/2009, solo quando ricorrono "gravi ed eccezionali ragioni esplicitamente indicate in motivazione" (argomenta ex art. 92 c.p.c.). 

Ciò posto, e fermo restando il superiore principio di diritto, la Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 1357 dello scorso 19 gennaio, ha cassato la sentenza della Corte d'Appello di Perugia nella parte in cui, in applicazione del D.M. n. 140/2012 ed in deroga al D.M. n. 55/2014 (norma speciale), aveva liquidato i compensi di causa al di sotto del minimo legale.

I giudici di legittmità, con la decisione in commento, hanno dunque ribadito la "specialità", nella materia in esame, del D.M. n. 55/2014 rispetto al D.M. n. 140/2012 volto, invece, a regolare i rapporti tra professionista e cliente.

In applicazione del citato principio, i Giudici del palazzaccio hanno così statuito: "... la tesi del Ministero, secondo la quale il decreto del Ministero della Giustizia n. 55 del 10.03.2014, nella parte in cui stabilisce un limite minimo ai compensi tabellarmente previsti non poteva considerarsi derogativo del decreto n. 140, emesso dallo stesso Ministero il 20.07.2012, ..., non è condivisa dalla Corte, in quanto il D.M. n. 140 risulta essere stato emanato allo scopo di favorire la liberalizzazione della concorrenza e del mercato, ..., a tal fine rimuovendo i limiti massimi e minimi, così da lasciare le parti contraenti (l'avvocato e il suo assistito) libere di pattuire il compenso professionale; per contro, il giudice resta tenuto ad effettuare la liquidazione giudiziale nel rispetto dei parametri previsti dal D.M. n. 55, il quale non prevale sul D.M. n. 140 per ragioni di mera successione, bensì nel rispetto del principio di specialità ...". (Cfr. Cass., sent. 19.01.2018, n. 1357)

Pertanto, muovendo dal valore economico del disputatum, il giudice, in applicazione dell'art. 91 c.p.c. e del D.M. n. 55/2014 citato, dovrà liquidare le spese di causa nel rispetto dei parametri tabellari.

Prima di concludere, si sottopone all'attenzione del lettore la recente sentenza della Corte Costituzionale n. 77, depositata lo scorso 19 aprile, mediante la quale la Consulta, nel riformulare il contenuto dispositivo del citato art. 92, co. 2 c.p.c., ha ampliato il potere del giudice di compensare le spese di lite anche alle c.d. "altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni" per nulla addebitabili al contegno processuale tenuto dalle parti e rinvenibili, ad esempio, nello ius superveniens. 

                                                                                                                                                            Avv. Giuseppe Chiaramonte

In allegato, la sentenza in commento.  

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